Il mio Amore africano

Il mio Amore africano

INon avrei mai immaginato di dedicare nove anni all’Africa: nove anni passati viaggiando, fotografando, partecipando a progetti sul campo e, a volte, rischiando davvero la vita, non solo accanto agli animali selvatici ma anche insieme agli esseri umani che vivono ai margini di questa natura immensa. Nel 2016 i miei amici parlavano di continuo del “mal d’Africa”: dei profumi di terra e fumo, dei cieli infiniti, di quella nostalgia che ti prende appena sali sull’aereo del ritorno. Io, invece, amavo il mare azzurro, raccogliere conchiglie, qualche escursione in montagna e i viaggi per scoprire nuove culture, e non capivo perché affrontare 24 ore di volo avendo Sardegna, Calabria e Grecia così vicine.


Da bambina però la natura l’avevo già respirata a fondo, anche se allora non me ne rendevo conto: mio padre mi portava con sé tra laghi, boschi, neve e prati in fiore, d’estate e d’inverno. Poi sono arrivati i suoi viaggi estremi: l’Elbrus 5.642 m, il Pik Lenin 7.134 m, la Kamchatka per vedere gli orsi, ed altre vette da conquistare e deserti da scoprire, e credo che quel periodo con lui, quando ero piccola, abbia impresso dentro di me l’idea che la vita vera si trova dove l’avventura sfiora la follia e la libertà fa quasi paura. Di quei viaggi estremi io ero solo spettatrice: restavo a casa, andavo a scuola e lo guardavo partire da lontano, sapendo quanto fossero rischiose quelle spedizioni; a volte spariva per mesi e ci capitava persino di cercarlo con i servizi di soccorso, seguendo gli elicotteri con il fiato sospeso, senza sapere davvero dove fosse e se stesse bene.

Mai immaginato di dedicare nove anni all’Africa: nove anni passati viaggiando, fotografando, partecipando a progetti sul campo e, a volte, rischiando davvero la vita, non solo accanto agli animali selvatici ma anche insieme agli esseri umani che vivono ai margini di questa natura immensa. Nel 2016 i miei amici parlavano di continuo del “mal d’Africa”: dei profumi di terra e fumo, dei cieli infiniti, di quella nostalgia che ti prende appena sali sull’aereo del ritorno. Io, invece, amavo il mare azzurro, raccogliere conchiglie, qualche escursione in montagna e i viaggi per scoprire nuove culture, e non capivo perché affrontare 24 ore di volo avendo Sardegna, Calabria e Grecia così vicine.


Da bambina però la natura l’avevo già respirata a fondo, anche se allora non me ne rendevo conto: mio padre mi portava con sé tra laghi, boschi, neve e prati in fiore, d’estate e d’inverno. Poi sono arrivati i suoi viaggi estremi: l’Elbrus 5.642 m, il Pik Lenin 7.134 m, la Kamchatka per vedere gli orsi, ed altre vette da conquistare e deserti da scoprire, e credo che quel periodo con lui, quando ero piccola, abbia impresso dentro di me l’idea che la vita vera si trova dove l’avventura sfiora la follia e la libertà fa quasi paura. Di quei viaggi estremi io ero solo spettatrice: restavo a casa, andavo a scuola e lo guardavo partire da lontano, sapendo quanto fossero rischiose quelle spedizioni; a volte spariva per mesi e ci capitava persino di cercarlo con i servizi di soccorso, seguendo gli elicotteri con il fiato sospeso, senza sapere davvero dove fosse e se stesse bene.

Non avrei mai immaginato di dedicare nove anni all’Africa: nove anni passati viaggiando, fotografando, partecipando a progetti sul campo e, a volte, rischiando davvero la vita, non solo accanto agli animali selvatici ma anche insieme agli esseri umani che vivono ai margini di questa natura immensa. Nel 2016 i miei amici parlavano di continuo del “mal d’Africa”: dei profumi di terra e fumo, dei cieli infiniti, di quella nostalgia che ti prende appena sali sull’aereo del ritorno. Io, invece, amavo il mare azzurro, raccogliere conchiglie, qualche escursione in montagna e i viaggi per scoprire nuove culture, e non capivo perché affrontare 24 ore di volo avendo Sardegna, Calabria e Grecia così vicine.


Da bambina però la natura l’avevo già respirata a fondo, anche se allora non me ne rendevo conto: mio padre mi portava con sé tra laghi, boschi, neve e prati in fiore, d’estate e d’inverno. Poi sono arrivati i suoi viaggi estremi: l’Elbrus 5.642 m, il Pik Lenin 7.134 m, la Kamčatka per vedere gli orsi, ed altre vette da conquistare e deserti da scoprire, e credo che quel periodo con lui, quando ero piccola, abbia impresso dentro di me l’idea che la vita vera si trova dove l’avventura sfiora la follia e la libertà fa quasi paura. Di quei viaggi estremi io ero solo spettatrice: restavo a casa, andavo a scuola e lo guardavo partire da lontano, sapendo quanto fossero rischiose quelle spedizioni; a volte spariva per mesi e ci capitava persino di cercarlo con i servizi di soccorso, seguendo gli elicotteri con il fiato sospeso, senza sapere davvero dove fosse e se stesse bene.

Nel 2018 gli stessi amici mi hanno convinta ad andare in Botswana: un viaggio duro, lungo, freddo, senza dormire… e in soli sette giorni l’Africa mi ha conquistata per sempre; la vastità, i profumi, il silenzio umano e la musica della natura sono diventati la mia rovina e la mia casa. Il richiamo dei leoni che ruggiscono a chilometri di distanza, ma tu li senti come se dormissero sul letto accanto a te, e gli ippopotami che di notte escono dall’acqua e masticano l’erba senza sosta, facendo un rumore così assurdo che sembra impossibile dormire… eppure,

col tempo, ci si abitua anche a questa strana musica della savana.


Ricordo il primo vero silenzio: nessun rumore di città, solo il fruscio dell’erba, i richiami degli uccelli, il passo di un elefante nel buio, il respiro del vento sulla tenda; l’odore dell’alba nella savana, la luce che spacca l’orizzonte, un ruggito lontano che ti entra nello stomaco prima ancora che nelle orecchie. In quel momento ho capito che non sarei più tornata la stessa.


Da allora l’Africa è diventata la mia dolce ossessione: sul volo di ritorno sto già pianificando il viaggio successivo; studio mappe, stagioni, parchi, rotte migratorie, alla ricerca di nuovi angoli di wilderness da vivere. Ho visitato più volte otto paesi diversi e sento ancora di aver visto solo una piccola parte di ciò che questo continente custodisce. Mi manca l’Africa come si sente la mancanza di casa: ho la sensazione che lì qualcuno mi aspetti sempre, con un sorriso, con amore, con un calore che non è solo quello del sole, ma delle persone, degli animali e della terra stessa. Per lavoro ho viaggiato e fotografato anche altrove, ma ogni volta che l’aereo atterra in un altro luogo sento che è solo una deviazione temporanea: la mia vera casa, quella che mi chiama quando chiudo gli occhi, resta l’Africa.

Nel 2018 gli stessi amici mi hanno convinta ad andare in Botswana: un viaggio duro, lungo, freddo, senza dormire… e in soli sette giorni l’Africa mi ha conquistata per sempre; la vastità, i profumi, il silenzio umano e la musica della natura sono diventati la mia rovina e la mia casa. Il richiamo dei leoni che ruggiscono a chilometri di distanza, ma tu li senti come se dormissero sul letto accanto a te, e gli ippopotami che di notte escono dall’acqua e masticano l’erba senza sosta, facendo un rumore così assurdo che sembra impossibile dormire… eppure, col tempo, ci si abitua anche a questa strana musica della savana. Ricordo il primo vero silenzio: nessun rumore di città, solo il fruscio dell’erba, i richiami degli uccelli, il passo di un elefante nel buio, il respiro del vento sulla tenda; l’odore dell’alba nella savana, la luce che spacca l’orizzonte, un ruggito lontano che ti entra nello stomaco prima ancora che nelle orecchie. In quel momento ho capito che non sarei più tornata la stessa.


Da allora l’Africa è diventata la mia dolce ossessione: sul volo di ritorno sto già pianificando il viaggio successivo; studio mappe, stagioni, parchi, rotte migratorie, alla ricerca di nuovi angoli di wilderness da vivere. Ho visitato più volte otto paesi diversi e sento ancora di aver visto solo una piccola parte di ciò che questo continente custodisce. Mi manca l’Africa come si sente la mancanza di casa: ho la sensazione che lì qualcuno mi aspetti sempre, con un sorriso, con amore, con un calore che non è solo quello del sole, ma delle persone, degli animali e della terra stessa. Per lavoro ho viaggiato e fotografato anche altrove, ma ogni volta che l’aereo atterra in un altro luogo sento che è solo una deviazione temporanea: la mia vera casa, quella che mi chiama quando chiudo gli occhi, resta l’Africa.

Nel 2018 gli stessi amici mi hanno convinta ad andare in Botswana: un viaggio duro, lungo, freddo, senza dormire… e in soli sette giorni l’Africa mi ha conquistata per sempre; la vastità, i profumi, il silenzio umano e la musica della natura sono diventati la mia rovina e la mia casa. Il richiamo dei leoni che ruggiscono a chilometri di distanza, ma tu li senti come se dormissero sul letto accanto a te, e gli ippopotami che di notte escono dall’acqua e masticano l’erba senza sosta, facendo un rumore così assurdo che sembra impossibile dormire… eppure, col tempo, ci si abitua anche a questa strana musica della savana. Ricordo il primo vero silenzio: nessun rumore di città, solo il fruscio dell’erba, i richiami degli uccelli, il passo di un elefante nel buio, il respiro del vento sulla tenda; l’odore dell’alba nella savana, la luce che spacca l’orizzonte, un ruggito lontano che ti entra nello stomaco prima ancora che nelle orecchie. In quel momento ho capito che non sarei più tornata la stessa.


Da allora l’Africa è diventata la mia dolce ossessione: sul volo di ritorno sto già pianificando il viaggio successivo; studio mappe, stagioni, parchi, rotte migratorie, alla ricerca di nuovi angoli di wilderness da vivere. Ho visitato più volte otto paesi diversi e sento ancora di aver visto solo una piccola parte di ciò che questo continente custodisce. Mi manca l’Africa come si sente la mancanza di casa: ho la sensazione che lì qualcuno mi aspetti sempre, con un sorriso, con amore, con un calore che non è solo quello del sole, ma delle persone, degli animali e della terra stessa. Per lavoro ho viaggiato e fotografato anche altrove, ma ogni volta che l’aereo atterra in un altro luogo sento che è solo una deviazione temporanea: la mia vera casa, quella che mi chiama quando chiudo gli occhi, resta l’Africa.