Di me e della fotografia

Di me e della fotografia

Non ho mai immaginato di diventare una fotografa, né di viaggiare in Africa.La mia avventura nella fotografia è cominciata per una brutta e imprevedibile circostanza nel 2013.Mio padre era un fotografo naturalista. Era uno spirito libero. Viaggiava da solo in luoghi remoti, in Kamčatka. Scalava montagne, anche le ottomila. Amava la montagna, adorava gli orsi bruni. Era un uomo colto, legato visceralmente alla natura: sapeva leggere i pericoli, sopravvivere senza cibo per giorni, cavarsela ovunque.Quando ero piccola, la sua assenza — da qualche parte in mezzo al nulla — non mi faceva impazzire. I suoi racconti mi scivolavano addosso. Non ero pronta a capirli.Nel marzo del 2013 mio padre ha perso la vita mentre sciava in montagna, in Kazakistan, vicino ad Almaty.Da lì, tutto ha cambiato direzione.Per tenerlo con me ho preso la sua macchina fotografica: una Canon EOS 6D, pesante, vissuta e con di obiettivi. All’inizio era solo un oggetto, una reliquia. Poi ha iniziato a parlarmi.Negli anni successivi ho viaggiato. Poco alla volta. Con quella macchina tra le mani. Ci giocavo, sbagliavo, imparavo. Guardavo le mie foto accanto alle sue: il confronto era impietoso. Non avevo studiato nulla, non conoscevo regole, tempi, esposizioni. Ma in ogni posto in cui arrivavo, lui c’era.Nel 2017 ho iniziato a fidarmi di me stessa. E ho capito una cosa: la natura sì, ma non i paesaggi. Io volevo il movimento. Gli animali. Il battito, la tensione, l’attimo prima che qualcosa accada.In Corea del Sud, nel gennaio del 2017, ho comprato il mio primo teleobiettivo Tamron. Il corpo macchina era ancora il suo. In qualche modo, stavamo scattando insieme.

Non ho mai immaginato di diventare una fotografa, né di viaggiare in Africa. La mia avventura nella fotografia è cominciata per una brutta e imprevedibile circostanza nel 2013. Mio padre era un fotografo naturalista. Era uno spirito libero. Viaggiava da solo in luoghi remoti, in Kamčatka. Scalava montagne, anche le ottomila. Amava la montagna, adorava gli orsi bruni. Era un uomo colto, legato visceralmente alla natura: sapeva leggere i pericoli, sopravvivere senza cibo per giorni, cavarsela ovunque. Quando ero piccola, la sua assenza — da qualche parte in mezzo al nulla — non mi faceva impazzire. I suoi racconti mi scivolavano addosso. Non ero pronta a capirli. Nel marzo del 2013 mio padre ha perso la vita mentre sciava in montagna, in Kazakistan, vicino ad Almaty. Da lì, tutto ha cambiato direzione. Per tenerlo con me ho preso la sua macchina fotografica: una Canon EOS 6D, pesante, vissuta e con di obiettivi. All’inizio era solo un oggetto, una reliquia. Poi ha iniziato a parlarmi.Negli anni successivi ho viaggiato. Poco alla volta. Con quella macchina tra le mani. Ci giocavo, sbagliavo, imparavo. Guardavo le mie foto accanto alle sue: il confronto era impietoso. Non avevo studiato nulla, non conoscevo regole, tempi, esposizioni. Ma in ogni posto in cui arrivavo, lui c’era. Nel 2017 ho iniziato a fidarmi di me stessa. E ho capito una cosa: la natura sì, ma non i paesaggi. Io volevo il movimento. Gli animali. Il battito, la tensione, l’attimo prima che qualcosa accada. In Corea del Sud, nel gennaio del 2017, ho comprato il mio primo teleobiettivo Tamron. Il corpo macchina era ancora il suo. In qualche modo, stavamo scattando insieme.

Non ho mai immaginato di diventare una fotografa, né di viaggiare in Africa. La mia avventura nella fotografia è cominciata per una brutta e imprevedibile circostanza nel 2013. Mio padre era un fotografo naturalista.

Era uno spirito libero. Viaggiava da solo in luoghi remoti, in Kamčatka. Scalava montagne, anche le ottomila. Amava la montagna, adorava gli orsi bruni. Era un uomo colto, legato visceralmente alla natura: sapeva leggere

i pericoli, sopravvivere senza cibo per giorni, cavarsela ovunque. Quando ero piccola, la sua assenza —

da qualche parte in mezzo al nulla — non mi faceva impazzire. I suoi racconti mi scivolavano addosso.

Non ero pronta a capirli. Nel marzo del 2013 mio padre ha perso la vita mentre sciava in montagna, in Kazakistan, vicino ad Almaty. Da lì, tutto ha cambiato direzione.


Per tenerlo con me ho preso la sua macchina fotografica: una Canon EOS 6D, pesante, vissuta e con

di obiettivi. All’inizio era solo un oggetto, una reliquia. Poi ha iniziato a parlarmi. Negli anni successivi ho viaggiato. Poco alla volta. Con quella macchina tra le mani. Ci giocavo, sbagliavo, imparavo. Guardavo le mie foto accanto alle sue: il confronto era impietoso. Non avevo studiato nulla, non conoscevo regole, tempi, esposizioni.


Ma in ogni posto in cui arrivavo, lui c’era. Nel 2017 ho iniziato a fidarmi di me stessa. E ho capito una cosa:

la natura sì, ma non i paesaggi. Io volevo il movimento. Gli animali. Il battito, la tensione, l’attimo prima che qualcosa accada. In Corea del Sud, nel gennaio del 2017, ho comprato il mio primo teleobiettivo Tamron.

Il corpo macchina era ancora il suo. In qualche modo, stavamo scattando insieme.

Nel 2018 è arrivata l’Africa.Il Botswana.Un viaggio breve, ma intenso.L’anno che mi ha stravolto la vita.Una luce che non avevo mai visto prima. Le notti gelide, così fredde da congelarti letteralmente il culo. E poi il giorno. Il sole delle undici che scalda la salvia, l’aria che si riempie di un profumo dolce, antico, impossibile da dimenticare.Il silenzio.La calma.La sensazione netta, improvvisa, di essere finalmente a casa.Le fotografie del Botswana le dedico tutte a mio padre.È stato il mio primo anno in Africa. La prima volta in cui mi sono sentita davvero fotografa.Ed è lì che è nata la mia identità artistica.Non per scelta.Ma per necessità.

Nel 2018 è arrivata l’Africa. Il Botswana. Un viaggio breve, ma intenso. L’anno che mi ha stravolto la vita. Una luce che non avevo mai visto prima. Le notti gelide, così fredde da congelarti letteralmente il culo. E poi il giorno. Il sole delle undici che scalda la salvia, l’aria che si riempie di un profumo dolce, antico, impossibile da dimenticare. Il silenzio. La calma.

La sensazione netta, improvvisa, di essere finalmente a casa. Le fotografie del Botswana le dedico tutte a mio padre. È stato il mio primo anno in Africa.

La prima volta in cui mi sono sentita davvero fotografa. Ed è lì che è nata la mia identità artistica. Non per scelta. Ma per necessità.

Nel 2018 è arrivata l’Africa. Il Botswana. Un viaggio breve, ma intenso. L’anno che mi ha stravolto la vita.

Una luce che non avevo mai visto prima. Le notti gelide, così fredde da congelarti letteralmente il culo. E poi il giorno. Il sole delle undici che scalda la salvia, l’aria che si riempie di un profumo dolce, antico, impossibile da dimenticare. Il silenzio. La calma. La sensazione netta, improvvisa, di essere finalmente a casa. Le fotografie del Botswana le dedico tutte a mio padre. È stato il mio primo anno in Africa. La prima volta in cui mi sono sentita davvero fotografa. Ed è lì che è nata la mia identità artistica. Non per scelta. Ma per necessità.